-- Secoli XIX-XX --
ico image Lo scrittore Italo Svevo





ico image Svevo con moglie e figlia nel 1912





ico image Svevo nella sua maturità

Italo Svevo e le “novelle muranesi”

cover image A Murano, nella zona prospiciente l'isola della Serenella, dove negli anni '80 sono state costruite le case di una Cooperativa edilizia, c'è una targa che attribuisce lo spazio fra gli stabili gemelli ad Italo Svevo: "Campiello Italo Svevo". C'è da dire che senza questo riferimento pochi saprebbero che l'autore di celebrati romanzi del calibro di Senilità e La coscienza di Zeno, ha avuto a che fare con la nostra isola. Eppure, l'ha frequentata per ben quindici anni e, sebbene non l'abbia proprio amata, vi ha ambientato un gruppo di tre racconti che nelle antologie delle sue opere vengono definiti "Novelle muranesi"1.
Nato da famiglia di religione ebraica come Aron Hector Schmitz in quel di Trieste nel 1861, quindi originariamente cittadino austro-ungarico, il futuro scrittore Italo Svevo2 fu mandato a studiare in Baviera, formandosi in ambiente culturale tedesco: era d'obbligo per chi volesse intraprendere la carriera commerciale alla quale voleva avviarlo il padre Franz. Nel 1878 tornò a Trieste dove concluse gli studi commerciali; due anni dopo l'azienda del padre fallì e lui fu costretto ad impiegarsi presso la filiale triestina della Banca Union di Vienna. Non amava il lavoro di bancario: grazie alla sua formazione culturale era entrato a contatto con i classici della cultura tedesca e, per il fatto di essere italofono (la madre era italiana), anche con quelli italiani. Nel 1897 sposa una cugina, Livia Veneziani, figlia di un commerciante cattolico di vernici sottomarine, dopo aver abiurato alla religione ebraica ed essersi convertito al cattolicesimo. Col matrimonio Svevo trova finalmente una certa stabilità e nel 1898 pubblica Senilità, suo secondo romanzo dopo Una vita del 1892, ma anche quest'opera passa quasi sotto silenzio. L'insuccesso lo spinge ad abbandonare momentaneamente i suoi sogni. Così nel 1899 Svevo entra nell'azienda del suocero Gioacchino Veneziani e la sua attività letteraria per un buon periodo sarà condotta di nascosto. Questo periodo è quello che coincide con le sue frequentazioni muranesi: dal 1899 al 1914 egli sarà responsabile della filiale veneziana della ditta di famiglia, produttrice di vernici sottomarine, filiale che aveva sede a Murano, in Serenella. Pur trovandosi a fare spesso da pendolare fra Trieste e la laguna e pur avendo occasione di compiere vari viaggi all'estero (una filiale si trovava anche in Inghilterra), Svevo dovrà passare anche molte giornate nella fabbrica di Murano, fra la desolazione della classe operaia, gli odori velenosi delle sostanze chimiche adoperate e la paura del colera. Scrive infatti alla moglie:
«Alle cinque di stanotte ero desto e inquieto con davanti ai miei occhi in danza bizzarra le mie caldaie vuote. Mi girano così in testa ventilatori, mescolatori e diavolo e peggio. I ventilatori soffiano sul poco fuoco che m’è rimasto, i mescolatori tirano su dal fondo dell’anima triste che dimenticavo tanto volentieri e i condensatori rendono liquidi tutti i gas che ho avuto sempre in testa…».
E questo riguardava la fabbrica di vernici. Forse qualcosa meglio per il paesaggio che circondava lo stabilimento. Ecco, infatti, come si esprime:
«In Serenella bastava alzarsi di pochi centimetri per veder cambiarsi lo spettacolo. Occorreva che l'acqua non fosse né bassa né alta; stesse per abbandonare o per invadere la palude. Allora dalla riva bastava montare a un metro di altezza per scoprire i laghetti che si formavano nella palude, limpidi, i contorni capricciosi. Alzandosi magari sulla punta dei piedi gli scorci dei canali lontani s’allargavano»3.
E ancora:
«La luce veniva lenta a destare i colori della palude, del canale, della spiaggia verde dell'isola. L'enorme piano s'era illuminato gradatamente tutto nello stesso tempo. Il sole non si vedeva ancora ma la luce che riverberava dal cielo si diffondeva senz'ostacoli dappertutto nello stesso tempo. Al di là della palude appariva la città con l'aspetto modesto ch'essa ha da quella parte, pareva un alveare disabitato. I profili delle case si scorgevano netti, limpidi, come se la notte li avesse lavati. In tanta estensione l'immobilità, il silenzio appariva grande sorprendente. La palude era rossigna a quell'ora; vista da vicino appariva sucida, desolata, abbandonata com'era da varie ore dall'acqua che ancora calava. Il canale che divideva la palude dall'isola già sorrideva, trasformando in colore ben deciso la luce ancora sbiadita ed era trasparente e azzurro e poi ancora giallo e rosso là dove meno profondo lambiva la palude»4.

cover image Ma dov'era questa “palude” che Svevo descrive quasi come in un “idillio” di antica memoria? La fabbrica del suocero sembra fosse situata proprio nell'area dove adesso si trovano le case della Cooperativa edilizia e dove, su proposta del prof. P. Puppa dell'Università di Venezia, è stata eretta la lapide con la dedica toponomastica all'autore triestino. Di fronte a quell'area ora c'è la Sacca Serenella che sappiamo, però, sorta fra le due guerre del '900, soprattutto a causa degli scarichi di materiali industriali. Al tempo di Svevo direttore della fabbrica l'area della Serenella doveva essere ancora piuttosto paludosa, se nella mappa napoleonica del 1809 risulta essere solo una propaggine priva di costruzioni e con canali interni (vedi fig.2). Quello che Italo Svevo ammirava nei dintorni era, dunque, un panorama di tipo “barenoso”, potremmo dire, dal quale spuntava in lontananza l'area veneziana di Cannaregio, che lui percepiva come “alveare disabitato”.
Non si può dire che Hector Schmitz – Italo Svevo fosse proprio entusiasta del luogo in cui si trovò “confinato” per molto tempo. Inoltre, i suoceri gli avevano fatto capire quanto fosse meglio lasciar perdere le velleità letterarie. In un'altra lettera a Livia, sua sposa, dice chiaramente:
«Tua madre Olga, del resto, dice che domani non ti potrò scrivere, perché quando si lavora non si scrive». Così, lui scriveva di nascosto, di soppiatto quasi, e trasmetteva la sua amarezza nei racconti che oggi vengono riletti sotto un'altra luce dagli esperti.
Le cosiddette “novelle muranesi” sono tre: “Marianno”, “Cimutti”, e “In Serenella”. Le discussioni su queste produzioni sveviane proseguono fin dagli anni '80 del secolo scorso: c'è chi vi ha visto motivi psicoanalitici, specialmente in Marianno, e chi “affinità compositive di stampo joyciano”5. Interessante è il testo del citato prof. P. Puppa, “Svevo a Venezia” (Helvetia, 2004). Ma per noi muranesi sarebbe, invece, curioso rileggere attentamente i tre racconti per individuare, se possibile, non tanto i legami stilistici o tematici con altri scrittori, quanto le tracce della Murano dell'epoca, in particolare i tratti sociali e culturali. Possibili che Svevo nell'ambientare nella nostra isola queste tre novelle non si sia ispirato a personaggi reali che ha conosciuto o con cui in qualche modo ha avuto a che fare? Indagine “aperta” per noi muranesi!


Note:
1 – una raccolta piuttosto recente intitola, invece: “Racconti di Murano e altri racconti”, Roma, 2004.
2 - adotterà questo pseudonimo per sottolineare la sua doppia culturalità, italiana e tedesca.
3 – I. Svevo, “In Serenella”.
4 – I. Svevo “In Serenella”.
5 – Svevo aveva avuto come insegnante in un corso d'inglese a Trieste proprio James Joyce, che lo aveva incoraggiato a scrivere.

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