L'avventurina
-- Secolo XVII--
ico image un'avventurina lavorata


ico image bolla formatasi nell'impasto dell'avventurina.
Dalla collezione di V. Zaniol

L'avventurina, un vetro che sa di magia

cover image Si tratta di una pasta vitrea davvero singolare, che la fa somigliare ad una pietra preziosa. Anni fa, quando le strade erano meno pulite e il lavoro nelle fabbriche muranesi ben più frenetico, capitava di trovare spesso dei pezzi di vetro, scarti di lavorazione, anche sulla pubblica via. Se un ragazzino trovava un pezzo di "avventurina" lo ghermiva e lo teneva in mano come se avesse rinvenuto una pepita d'oro ed era invidiato dagli altri! E, in effetti, questo vetro è pieno di puntini dai riflessi dorati che gli danno l'aspetto della gemma.
Sembra sia stato scoperto per caso qui a Murano agli inizi del XVII secolo. Nel manoscritto "Secreti per far lo smalto et vetri colorati", il cosiddetto "Ricettario Darduin", composto circa alla metà dello stesso secolo dal vetraio muranese Giovanni Darduin, la carta 38 tergo contiene la descrizione del procedimento...
«per far la pasta stellaria overo Venturina: Ancora che non vi sia vera et certa sicurezza che la ditta pasta o compositione di venturina riesca bella (che perciò la si dimanda venturina et con ragione, perché sortisse più per ventura che per scientia), tuttavia si tiene et crede che il più sicuro modo di farla sij questo qui sotto notato et ciò per prova fatta. Cioè:...»
E prosegue con la descrizione dettagliata dei materiali usati e della procedura. Come si vede il Darduin sottolinea il carattere "avventuristico", casuale, di un procedimento che lui afferma aver ricopiato da un altro libro, non si sa di chi. E più avanti, in altre carte dove propone delle varianti alla ricetta originaria, rincara la dose:
«Questa sorte di composizione è tanto stravagante et fallace, et si vede chiaramente, perché ne son statto fatte le paèle [vasi contenitori per la fusione del vetro] et in molto numero [...] et nulla di meno niuna di esse haverà sortito bene; et ciò non da altro deriva se non che la cosa è troppo dubiosa, incerta et fallace, et questa è anco la causa che la si vende a prezzo rigoroso...»1

cover image Dunque, la pasta vitrea della avventurina è frutto di un procedimento complesso e per nulla garantito nella sua riuscita ed ecco, di conseguenza, il suo prezzo notevole. Si vedano in fig. 2 esempi di frammenti di avventurina con la caratteristica "crosta" che si forma sulla superficie dell'impasto vetroso: questa, dello spessore inferiore al mm, presenta una sorta di disegni e striature di colori diversi da quello tipico rossastro dell'avventurina. E il tutto in maniera assolutamente imprevedibile! La foto è stata eseguita per gentile concessione di Vettore Zaniol che possiede una splendida collezione di avventurine.
L'ing. L. Zecchin, che ha curato l'edizione del Ricettario Darduin2, dopo averlo rinvenuto in un fondo dell'Archivio di Stato di Venezia, afferma che questo tipo di vetro si produceva a Murano già da alcuni anni "sia pur con estrema difficoltà" e che doveva essere stato scoperto da un ignoto vetraio, sicuramente prima del 16113. In quell'anno, infatti, veniva pubblicato in Firenze "L'Arte Vetraria" di Antonio Neri il quale non ne faceva nessun cenno. "L'Arte Vetraria" è un trattato di tecnica della fabbricazione del vetro che ebbe una fortuna grandissima nell'intera europa sino alla metà del Settecento; fu tradotto in inglese, francese, latino e tedesco4. Se detto compendio non parla dell'avventurina, significa che all'atto della sua stesura questa non era ancora conosciuta, quindi L. Zecchin ne conclude per la "nascita" muranese di questa fascinosa pasta vitrea.
Ma cos'ha di tanto particolare? In essa si ottiene la separazione di rame metallico sotto forma di piccoli cristalli lamellari che riflettono la luce, come tante piccole stelle (per questo anche "stellaria"). Per ottenere questo effetto bisogna applicare particolari accorgimenti tecnici, fra i quali importantissimo l'andamento termico che si impone alla massa vitrea fusa, compreso anche il raffreddamento della stessa. Il risultato finale è un vetro che somiglia a un minerale che fin da tempi antichi veniva usato per creare gioielli. Esiste, infatti, un "quarzo avventurina", una varietà di calcedonio traslucido con piccole inclusioni di metalli che determinano le riflessioni. Questo è generalmente di colore verdastro, ma se ne trovano varianti arancione o rossastre che contengono mica ed ematite. Inoltre, l'avventurina muranese ricorda anche la "pietra di sole", l'eliolite, o avventurina orientale, la quale contiene ematite e, in alcune varianti, rame. Questa è stata molto usata in gioielleria. Sembra, dunque, che casualmente qualcuno a Murano abbia trovato il modo di ottenere una pasta vitrea somigliante alle pietre semipreziose e utilizzabile per realizzare perle e monili.

cover image La ricetta dell'avventurina, scoperta come abbiamo visto agli inizi del Seicento, andò poi perduta verso la fine del secolo. Fu poi ritrovata nel Settecento da Vincenzo Miotti, che possedeva una fornace che produceva smalti. Il Miotti, infatti, rivolto agli Inquisitori di Stato della Serenissima rivendica alla sua famiglia il merito di aver «fatto rinascere in questa Augusta Dominante due Arti già morte, quella di fabricar la Venturina, un materiale presentemente così gradito in Europa...». Il "segreto" andò perduto nuovamente agli inizi del XIX secolo. Ma nel 1827 Pietro Bigaglia (1786-1876) fu premiato dal "Cesareo Regio Istituto di Scienze Lettere ed Arti" di Venezia per aver recuperato questa lavorazione5. La Voce di Murano nel 1868 scriverà che il Cav. Pietro Bigaglia, già abile nel produrre l'avventurina, riuscì per primo a tirarla in canne sottili, per poter poi intrecciarla con altre canne di tinte differenti nel lavoro dei vetri soffiati a filigrana. Inoltre il Salviati nella sua fabbrica riuscì a usarla come un qualsiasi altro vetro e ciò grazie alla rifusione e il soffio. Grazie alla soffiatura con l'avventurina si potevano ottenere coppe, vasi, bicchieri, piatti, scodelle, ed altri svariati oggetti, molto più facilmente commerciabili. Precedentemente, gli stessi oggetti avrebbero dovuto essere realizzati alla rotella, il che comportava tempi di lavoro molto più lunghi e una capacità tecnica e artistica non indifferente, per cui i loro prezzi erano molto elevati.6
Verrebbe, però, da chiedersi se la scoperta dell'avventurina non fosse stata il risultato di una ricerca dell'imitazione delle pietre preziose. Vi sono molti precedenti, non solo muranesi, di paste vitree che imitano le pietre preziose o semi-preziose. Nel XIV secolo tale Jean d'Outremeuse di Liegi, particolare figura di erudito e storico, aveva scritto un'opera intitolata "Tresorier de philosophie naturelle des pierres precieuses" che contiene indicazioni per realizzare paste vitree ad imitazione delle pietre preziose7. Lo stesso Antonio Neri dedica il libro quinto della sua Arte Vetraria al «Vero modo di fare le paste di Smeraldo, di Topatio, Grisopatio, Diacinto, Ingranato, Zaffiro, Aquamarina, & altri colori contanta vaghezza, e bellezza che supereranno le naturali in ogni cosa da durezza in fuori».
E qui è opportuno rilevare che il sacerdote Antonio Neri (1570-1614) aveva iniziato la sua attività di sperimentatore nell'arte vetraria nella sua Firenze, presso il casino mediceo di San Marco al cui interno aveva fatto costruire un laboratorio dove, assieme ai suoi collaboratori, si adoperò nella ricerca di preparati alchemici e medicinali. Neri, infatti, era entrato a far parte di un circolo culturale vicino alla scuola medico-filosofica di Paracelso. Questo circolo, che ruotava attorno al casino di San Marco, era impegnato nella ricerca medica, alchemica e chimica. Siamo in quel fecondo periodo storico che porterà la cosiddetta Filosofia Naturale ai suoi sviluppi riconoscibili nella Scienza moderna. La ricerca legata all'alchimia e ai suoi presupposti esoterici e filosofici darà origine alla chimica nel suo significato attuale. Il Neri, appassionato dai suoi studi e dalle sperimentazioni sul vetro, visitò anche le fabbriche muranesi prima di recarsi per un biennio nelle Fiandre presso un tal Emanuel Ximenes, cavaliere portoghese interessato all'arte vetraria, che lo invitò ad eseguire le sue ricerche nel proprio laboratorio ad Anversa.
Certo, le sperimentazioni muranesi sicuramente prescindevano da presupposti magico-alchemici ma, rimanendo circoscritte all'ambito empirico e alla ormai secolare esperienza accumulata dai suoi vetrai, riuscirono lo stesso a produrre risultati stupefacenti e innovativi. Che, come nel caso dell'avventurina, hanno anche un vago sapore magico.


Note:
1 - L. ZECCHIN, Vetro e vetrai di Murano, Venezia,1989, pagg. 329 - 331
2 - ibidem pag.329
3 - ibidem pag.332
4 - Nel 2001 è uscita, per i tipi della Giunti di Firenze, una nuova edizione dell'Arte Vetraria di Antonio Neri
5 - L. ZECCHIN, cit. pag. 336
6 - La Voce di Murano, 11 Luglio 1868, N°. 27, pag. 116
7 - Alcuni anni fa è uscito un testo critico che riproduce e commenta il libro IV del "Trésorier" di d'Outremeuse. Si tratta di: ANNE-FRANÇOISE CANNELLA, "Gemmes, verre coloré, fausses pierres précieuses au Moyen Âge: le quatrième livre du «Tresorier de philosophie naturelle des pierres precieuses», Liegi, 2006

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